Sussurri d'Arte
Racconti, memorie e approfondimenti d'archivio. Uno spazio dedicato alle opere e alle storie umane che le hanno rese eterne.
Pietro Morgari (Torino 1852 – Londra, 1885)
“Idillio (Pluto e Dora)"
Olio su tela, 92 × 66 cm, c. 1884
Firmato in alto a destra
L’amore per gli animali: oggi come ieri l’emozione si lega all’esistenza
Si chiamano Pluto e Dora. Non “due cani”, ma una coppia. Il vero nome della vera coppia di cani di Pietro Morgari.
Lui, Pluto, vigila; lei, Dora, si affida.
I musi si sfiorano senza rumore, quel tanto che basta a far capire tutto ciò che c’è da comprendere: protezione e fiducia, affetto e lealtà.
Pietro Morgari non inventa questa tenerezza: la riconosce nella vita e la porta sulla tela con un rispetto quasi liturgico. Non c’è niente di sdolcinato: c’è il respiro, il peso delle zampe sul gradino, la pelle che brilla dove passa la luce, il pelo che vibra come una seta viva. L’architettura di sfondo è una quinta austera; serve solo a trattenere il silenzio perché l’idillio possa compiersi.
Questa tela, coeva e autografa, è una versione di formato intimo dell’Idillio che il pittore presentò con grande successo alla Promotrice di Torino nel 1884, poi entrato alla Galleria D’arte Moderna di Torino (GAM), dove è ancora custodita: stesso gesto, stessa musica affettiva, stessi respiri. Ma la scala ridotta del nostro dipinto concentra l’emozione, come se il pittore avesse voluto tenere più vicino a sé ciò che amava con tutte le sue forze, a portata di carezza.
Una tela che sa di Amore:
Se ci si ferma un attimo, è impossibile non sentirli.
Non solo vederli: sentirli.
Il corpo più scuro, quello di Pluto, è un argine. Le zampe sono ferme, il petto in avanti forma una barriera gentile, una protezione senza aggressività. La sua testa scende quel tanto che basta a coprire l’altra, come fanno i cani quando controllano e rassicurano insieme. Lo sguardo è basso, la bocca morbida: non c’è tensione, ma solo cura.
Dora, fulva color del miele, sa cosa sia l’amore. Il corpo disteso apre una diagonale chiara, la gola si allunga verso l’alto in un gesto di abbandono fiducioso. È il movimento di chi conosce la risposta prima ancora di ottenerla. Le zampe anteriori, rilassate, richiamano quell’istante in cui un cane si lascia cadere perché si fida.
Tra i musi non c’è che un’ombra: un tocco, un respiro. E da lì tutto passa, per non passare mai.
Sembra di vederli muovere: il labbro che vibra un istante, il tartufo che sfiora, il respiro che cambia ritmo. Morgari blocca quel millisecondo in cui la tenerezza diventa forma: il gradino trattiene il peso, la colonna dà verticalità al gesto, la luce, misurata e calda, cade dove la relazione si accende e mai più si spegnerà.
Pietro Morgari (1852–1885): il talento e la ferita
“Eroe della Tavolozza”, nelle parole di Alessandro Stella (1892), Pietro Morgari nasce a Torino in una dinastia di pittori (Rodolfo è il padre, Paolo Emilio lo zio). All’Accademia Albertina studia con Andrea Gastaldi ed Enrico Gamba; vince premi, impara a imporre il movimento con il disegno, a governare la luce con coraggio. La sua voce si accende davvero quando sceglie gli animali, soprattutto i cani, come protagonisti. Non giocattoli da genere, non solo “soggetti da dipingere” ma presenze con un nome, vere, amate, tenute a fianco di una vita che ha alternato gioie alla disperazione, abbai felici a mugolii di inquietudine.
Le cronache descrivono Pietro “pronto d’ingegno, d’animo e di mano”, moderno fino all’irrequietezza. Vita vera, la sua, da romanzo. Un artista capace di “indagare con acuta sensibilità la psicologia” dei soggetti. Sono parole d’epoca che suonano attuali: Pietro dipinge con testa fredda e cuore caldo. Come frasi di una poesia sentita, che scava nella profondità di una fedeltà assoluta, graffiando speranzosa gli sfondi neri, alla ricerca di una luce di salvezza.
Nel 1883 si muove verso Londra. Anche nella terra d’Albione i suoi ritratti di animali trovano un pubblico che capisce e che sente: cani di razza, pose vere, caratteri distinti. La fiera nobiltà di ciò che, uomo o animale, incarna l’essenza stessa dell’amore. Ma la traiettoria si spezza: muore suicida a Londra nel 1885. Fatale fu “la passione, passione di sensi e di testa che toglie ogni misura all’impeto dei desideri”. Una storia breve, divorata da una passione personale che la critica dell’epoca non ha mai smesso di raccontare. E resta l’eco di ciò che avrebbe potuto essere: un solco profondissimo nella pittura italiana, se il destino non l’avesse fermato.
Pluto e Dora (ritratto di un legame)
Chiamarli per nome sposta la lettura. Non è solo un “tema” ciò che traspare, ma una relazione vera, affiatata, spontanea, all’interno di un doppio amore (quello fra i due cani e quello fra il pittore e i suoi cani) che ancora oggi, o forse ancor più oggi, coinvolge e disorienta, riempie di gioia o di lacrime, emozionando chi sappia cosa voglia dire provare affetto sincero per i propri compagni di vita.
Tecnicamente, la pennellata è elastica e magistrale: asciutta nei punti ossei, si fa morbida sul collo, vibra sul pelo corto; nei neri non c’è abisso, ma materia che respira. È pittura vera, fatta da chi ha imparato, guardando i cani ogni giorno, i loro caratteri, le pose, le loro testardaggini. Le fonti ricordano che Pietro Morgari possedeva cani di razza e arrivò a farsi costruire congegni per fissarne le pose: non un trucco da atelier, ma la pazienza metodica di chi pretende che la realtà medi con la sua verità interiore.
Un “Idillio” che è memoria
Quando nel 1884 il grande Idillio entra alla ribalta della Promotrice l’“animalier” piemontese trova un vertice assoluto, la cifra stessa della propria identità d’artista: gli animali sono ritratti come borghesi con la propria dignità, psicologia, presenza. In quell’anno, come già in “Violazione di confini” e in altri soggetti, Morgari firma un verismo emotivo: il vero non è freddo, perché senza sentimento non è completo. Idillio raccoglie immediato consenso. Riprodotto in cartoline d’epoca, verrà anche citato e pubblicato, successivamente, sul Comanducci.
La variante coeva in esame, ha il passo di un ritratto privato. Stessa invenzione, tocco identico: neri costruiti per sovrapposizione, velature ambrate sulle zone fulve, passaggi asciutti nelle articolazioni. Ma la scala più raccolta avvicina tutto: chi guarda è a un metro da Pluto e Dora. Ne sente il respiro. È facile pensare, e non è forzatura farlo, che questa misura nasca per sé, come un promemoria intimo: fissare l’oggetto del proprio amore per continuare ad amare ciò che si ama. Non come “quadro per altri”, ma come “fotografia” dell’intimo, fissando un momento che è sorriso ed acqua fresca insieme. Uno sprazzo di cielo che, anche se non è cielo intero, porta con sé, quando respirato, l’emozione dell’istante, la profondità dell’istinto.
La modernità morbida di Morgari
Alessandro Stella, che conobbe il pittore, scrisse che Pietro aveva la poesia del movimento, e che proprio quella lo condusse ai cani: lì il ritmo è “più sincero, alacre, ampio”. Parole antiche che suonano modernissime guardando Pluto e Dora: il movimento qui è morale prima che fisico.
Un gesto che sceglie l’altra, e l’altra che sceglie il coraggio dell’essere disarmati, abbandonati, di fronte all’oggetto del proprio amore. Ritratti, i due cani, un istante prima, forse, che Pietro li chiami a sé, fra carezze e irruenza, giochi e complicità, fondendo per l’ennesima volta sguardi e gesti che non hanno bisogno di essere spiegati, ma solo vissuti.
Morgari è figlio dell’Ottocento piemontese, tra memoria romantica e disciplina accademica. Sa far convivere disegno e calore. Cerca il contrasto netto, bianchi caldi contro ombre brune, ma non perde mai la tenerezza. Londra lo accoglie proprio per questo: ritratti d’animali come si farebbero a un amico di casa, con la stessa serietà con cui si ritrae un duca.
Perché commuove ancora
Perché riconosciamo il gesto. Chi ha vissuto con un cane sa quanto è raro vederlo raccontato giusto: non c’è bisogno di zucchero, per narrare la dolcezza. Né di parole per esaltare la fedeltà. Pluto e Dora non sono un’idea. Sono interezze di realtà, protezione e commozione quando occorra; Pluto e Dora sono il “Mestiere” di un pittore che non tradisce il cuore: un ragazzo di trent’anni con la mano sicura e un futuro lunghissimo davanti, che invece finirà presto, troppo presto, a Londra, in un giorno d’autunno. Se il destino avesse concesso più tempo, oggi parleremmo di Pietro Morgari come di uno dei grandi assoluti del nostro Ottocento: non solo tra gli animalisti, ma anche tra i ritrattisti. La qualità dei suoi cani lo dimostra; i ritratti che conosciamo lo confermano. La sua sensibilità lo urla...
Pluto e Dora lo piangono.
Note:
1) Pietro Morgari: “Idillio” 1884 Società Promotrice delle Belle Arti - Immagine d'archivio
2) Cartolina d’epoca. Fot. Beccaria - Tipografia V. Bona – Torino (fronte e retro)
A.M. Comanducci – Dizionario Illustrato dei pittori, disegnatori e incisori italiani moderni e contemporanei – Leonilde M. Patuzzi Editore – Milano 1962 – pagina 1239