Consalvo Carelli (Napoli, 1818 – Napoli, 1900)

Il Golfo di Napoli da Santa Maria del Pianto

Olio su tavola - 25 x 45 cm

Firmato in basso a destra

«Santa Maria del Pianto composanto vecchio Napoli»: l'iscrizione autografa apposta dall'artista sul verso della tavola àncora la composizione a uno specifico luogo della topografia partenopea, collocandosi nella maturità esecutiva di Consalvo Carelli. Lontana dal configurarsi come una semplice veduta d'archivio o come una filiale riproposizione dei modi della Scuola di Posillipo — avviata dal padre Raffaele con Anton Sminck van Pitloo —, l'opera supera la descrizione analitica per volgersi a una personale sintesi atmosferica. Se Giacinto Gigante predilige una resa d'impulso e sintetica, e Filippo Palizzi orienta la ricerca su un verismo attento alla dimensione feriale, Carelli sceglie la via del "Vero Idealizzato": una pittura che preserva il dato topografico depurandolo dalle accidentalità, immerso in una luce nitida e posata.

Sotto il profilo tecnico, l'adozione del supporto ligneo risulta funzionale alla resa formale dell'opera. La preparazione gessosa applicata sulla tavola annulla l'attrito tipico della trama tessile, consentendo al pennello di stendere il colore fino a ottenere una superficie compatta, dalla finitura smaltata. Si tratta della tecnica di ascendenza fiamminga che Carelli affinò durante il soggiorno a Parigi svolto tra il 1841 e il 1844 — culminato con l'assegnazione della medaglia d'oro al Salon — e che ne favorì l'apprezzamento presso un collezionismo internazionale legato anche alla figura dello Zar Nicola I di Russia. Questa stesura, condotta per velature sottili, permette di definire i volumi architettonici con esattezza e di calibrare la prospettiva aerea attraverso ombre cromatiche declinate sui toni dell'azzurro, del viola e del grigio perla, in luogo del bitume accademico.

Sul piano iconografico, il dipinto adotta un punto di vista poco consueto rispetto alle consuetudini del vedutismo ottocentesco: anziché traguardare il Golfo da Ovest verso Est (da Posillipo verso il Vesuvio), Carelli si posiziona sulla collina di Poggioreale, a Est della città. Il primo piano è occupato dalla massa della Chiesa di Santa Maria del Pianto, edificata al di sopra della Grotta degli Sportiglioni — memoria della peste del 1656 —, illuminata dalla luce del pomeriggio. Alle pendici del rilievo si apre la Piana del Sebeto, evocata nella sua dimensione rurale antecedente le trasformazioni urbanistiche del Novecento, mentre sullo sfondo sbalza la sagoma del Vesuvio, il cui fumo si stempera in un cielo solcato da lievi nubi, accordato su toni dal turchese al color champagne.

L'articolazione della scena risponde a un preciso calibro compositivo. In basso, la quinta vegetale è segnata da uno studio dal vero di agavi, rese con pennellate ricche di verde veronese in contrasto con lo sfumato della piana sottostante. Lungo il sentiero sterrato che affianca il muro del complesso religioso, l'artista inserisce un gruppo di viandanti e pellegrini delineati con rapidi tocchi di colore puro (bianco, rosso, ocra), posti con la funzione di stabilire la scala metrica dell'architettura e del paesaggio.

A documentare la storia espositiva dell'opera concorre la documentazione presente sul retro del supporto, che reca il cartiglio originale della mostra «Filippo Palizzi e il suo Tempo», tenutasi a Palazzo D'Avalos a Vasto nel 1988 sotto la curatela di Angelo Ricciardi. Il dipinto è riprodotto al numero 13 del catalogo ufficiale della rassegna e presenta il timbro dello Studio d'Arte Ricciardi.